Il pubblico non si vede? Lasciate fare ai giovani…

Si gioca nel deserto perché manca lo spettacolo.

Terzo forum di cultura calcistica alla Manente Sport di via Grazzano a Udine.

Questa settimana “Il salotto del dilettante” ha dibattuto un tema molto sentito: Pubblico, dove sei?

La provocazione

Il pubblico è stanco del calcio cosiddetto minore e le società non se ne curano. Ma poi si lamentano di essere abbandonate.

I partecipanti

I presidenti della Reanese Pietro Di Giusto, del Basaldella Adriano Stocco con il vice Giorgio Dusso, del Cussignacco Claudio Mingotti, il dirigente e l’allenatore della Sangiorgina, Ernesto Milan e Marco Billia, il giocatore del Tavagnacco Sandro Gigante.

L’amarezza

Sconsolati gli interventi di Stocco e Dusso. – “Buoni risultati, sana gestione, impiego puntuale dei giovani del vivaio, una società limpida: tutto ciò non è bastato a richiamare pubblico dicono i dirigenti del Basaldella – Non c’è tradizione non si sente il campanile. Non c’è ricambio né tra gli spettatori né tra i dirigenti. Le poche persone appassionate di calcio al di fuori della società dedicano il loro tempo agli amatori”.

“…buoni risultati, sana gestione, impiego puntuale dei giovani del vivaio,

una società limpida: tutto ciò non è bastato a richiamare pubblico…”

La soddisfazione

“A San Giorgio di Nogaro – afferma Milan – siamo in controtendenza: c’è ancora un discreto pubblico, naturalmente sensibile ai risultati, che segue anche le squadre giovanili. La società è protesa verso il paese e questo risponde. Tradizione calcistica e socialità: ecco la ricetta. Tant’è che anche i rapporti con gli amatori sono buoni. Ma sono i ragazzi del posto che coinvolgono genitori e amici, dal settore giovanile alla prima squadra – dice Billia -. E così gli stimoli del pubblico, molto importanti si fanno sentire”.

“…c’è ancora un discreto pubblico, naturalmente sensibile ai risultati,

che segue anche le squadre giovanili.

La società è protesa verso il paese e questo risponde…”

L’entusiasmo perduto

“Il nostro pubblico – afferma Di Giusto – un tempo era sensibile, ma a poco a poco si è assopito; dice di non divertirsi più per lo spettacolo scadente. Nemmeno i giovani locali riescono a risollevare l’entusiasmo. Ma è nei settori giovanili che dobbiamo acculturale i nostri ragazzi che poi potrebbero trascinare i genitori, ricreando la tradizione di un tempo”.

“Gli juniores – fa eco Gigante – preferiscono non essere chiamati in prima squadra per fare panchina. Figurarsi se possono diventare potenziali spettatori! Manca l’amore per il calcio; sono troppi e troppo forti gli altri interessi”.

La sollecitazione

Minotti prende atto della perdita d’identità, specie in periferia, delle società dilettantistiche. “Per questo – punzecchia – la federazione dovrebbe farsi promotrice di nuove iniziative in favore delle società, sollecitando i mass media, sui quali più spazio dovrebbero trovare le notizie dei settori giovanili. Va cambiato il modo di scrivere il calcio”.

La conclusione

– In contrapposizione ad alcune isole felici (vedi San Giorgio di Nogaro) esiste una vera e propria fuga dai campi dove non ci sono tradizione e socializzazione. Non c’è ricambio. Gli spettatori cinquantenni di oggi sono i trentenni di vent’anni or sono; Allora la spontaneità non basta più. Si dice che la gente è satura di calcio; sono invece curiosità, cultura, tradizione a latitare paurosamente.

Bruno Peloi