Direttori di gara al centro del quarto forum di cultura calcistica sabato scorso alla Manente Sport. Il tema del “Salotto del Dilettante” è stato infatti: L’arbitro, amico o nemico?
I partecipanti
Per i fischietti c’erano il presidente della sezione di Udine Mario Facchin con il vice Alberto Paludetti e la “promessa” Mirko Zannier. Per i tecnici: Silvano Buttazzi, Martino Lerussi, Corrado Moroldo e Osvaldo Pavoni. Gilberto Tonizzo del Rivignano, rappresentava i giocatori.
La provocazione
Quando un arbitro può concorrere a determinare un risultato, nel bene e nel male?
La difesa
La miglior difesa è l’attacco. Ed ecco Mario Facchin parte in quarta. “pressoché nullo il concorso degli arbitri nel “segnare” le partite. Il direttore di gara è una delle tante componenti di un incontro di calcio. Piuttosto, c’è una mancanza di conoscenza dei problemi. I dirigenti dovrebbero trasmettere a tecnici e giocatori più professionalità. Tutti gli allenatori dovrebbero frequentare un corso arbitri per conoscere a fondo le regole del gioco che insegnano. Anche gli arbitri sarebbe bene che provenissero dal calcio giocato”. In effetti – aggiunge Zannier – in qualche Paese dell’est si è tentata la strada di consentire di giocare a chi arbitra e viceversa”.
“…non esistono pregiudizi sugli arbitri,
che sono uomini e quindi sbagliano…”
Rammarico
“L’arbitro non condiziona mai volontariamente il risultato. Anzi – dice Buttazzi – ha una funzione insostituibile: quella di educare. Per questo esprimo rammarico per la decisione federale di togliere gli arbitri dai campionati esordienti. Concordo sulla necessità di insegnare il regolamento ai tecnici”.
Buonafede
Per Lerussi “la buonafede degli arbitri non è in discussione. Le squadre capiscono la personalità dell’arbitro e quasi sempre vi si adeguano. Eventuali tensioni sono sfoghi, che spesso nascondono errori di tecnici o giocatori”. “Personalmente – aggiunge Moroldo – penso che i tecnici conoscano il regolamento, forse un po’ meno i “cavilli”, che pur sono importanti. Comunque sono le squadre che, se intelligenti, si adeguano alla personalità dell’arbitro. Al quale basta talvolta uno sguardo per smussare certi spigoli”.
“…fondamentale , per capire questo, è la cultura calcistica,
frutto di educazione e conoscenza delle regole…”
Educazione
“L’educazione – dice Pavoni – non è merce che si compra; però s’impara. Da chi? Sul campo certamente dall’allenatore. L’arbitro, da parte sua deve mantenere la propria personalità. Ma attenzione: la spocchia non giova ad alcuno, né a chi la esibisce né a chi la subisce”.
Difficoltà di comunicare: “È vero – dice Tonizzo – per noi giocatori il primo impatto con l’arbitro è determinante: cerchiamo di capire con quale “carattere” dovremo confrontarci. Ma la vera difficoltà in campo è quella di poter comunicare serenamente col direttore di gara”.
“…è un insieme di tessere a determinare il risultato, non l’arbitro,
che alla fine non è né amico né nemico, ma soltanto giudice…”
La punzecchiatura
Nasce spontanea un’altra domanda. Gli arbitri sono una casta, non potrebbero aprirsi di più verso l’esterno? “Discutere – dice Paludetti – è fondamentale. Ma l’arbitro rimane pur sempre un giudice; ha quindi obbligo di riservatezza. Forzando l’”apertura” si rischia di scivolare dal dibattito alla polemica. Importante è non esasperare le insinuazioni”. “E poi – gli fa eco Zannier – non tutti abbiamo intelligenza e sensibilità uguali. Perciò, se tendiamo a un’uniformità nell’applicazione delle regole in campo, dobbiamo tenere un comportamento analogo anche fuori”.
Conclusione
È dettata da una premessa: non esistono pregiudizi sugli arbitri, che sono uomini e quindi sbagliano. Fondamentale , per capire questo, è la cultura calcistica, frutto di educazione e conoscenza delle regole. È un insieme di tessere a determinare il risultato, non l’arbitro, che alla fine non è né amico né nemico, ma soltanto giudice. E se ogni tanto sbaglia, ben venga l’errore: sempre meglio un uomo non infallibile che una gara diretta dal computer. Non sarebbe più calcio.
Bruno Peloi