Interviste

UN GIOCATORE CHE E’ NATO IN BIANCONERO

Non sottovalutiamo Manente spericolato baluardo della Juventus


Sergio Manente è un personaggio nato per il bianconero: così affermano le ammiratrici, di cui è superlativo il numero e le doti di classe esponenti del bel ragazzo patentato, del fotogenico idolo per cuori femminili; mentre anche i cronisti debbono constatare come tutta la carriera del forte e robusto terzino sia un film girato in bianconero.

Infatti la parentesi in technicolor, cioè nel nerazzurro dell’Atalanta, sta a significare, per il gentil sesso la più convincente testimonianza che Sergio ne sa combinare anche… di tutti i colori, con tendenza alle tonalità azzurre; per gli appassionati di cose calcistiche detta parentesi rappresenta una luminosa tappa di affermazione e lancio definitivo verso la squadra più blasonata.

Così Manente che nella natia Udine aveva cominciato a dare i primi calci al pallone e, scoperse le sue rilevanti qualità, era presto passato nelle file della massima Società locale, la zebrata Udinese, giunse di affermazione in affermazione nella Società dalle mille scoperte e dagli acquisti più intelligenti e redditizi, quell’Atalanta che ogni anno fa omaggio al campionato italiano di una celebrità da lanciare.

Nel 1947 cedette così alla Juventus, che ha sempre mantenuto ottimi rapporti di scambio-giocatori con la società orobica, quello che era considerato sul mercato nazionale uno dei più in gamba e promettenti terzini.

E la sinfonia in bianconero iniziata nel 1939 sul suolo di casa paterna continua con suadente armoniosità in terra piemontese, a Torino dove Manente ha una folta schiera di sostenitori e senza contare che anche da molte città e contrade d’Italia pervengono sovente lettere di suoi tifosi che ne tessono vibranti elogi.

Il nostro terzino costituì infatti uno dei punti di forza su cui s’imperniò il sistema difensivo della nuova Juventus, quella d’oggi e dei due scudetti del dopoguerra: a Bergamo si era recato a prenderla in solenne consegna una rappresentanza juventina degna di un principe del calcio: Combi, Carletto Parola, il rag. Artino, il signor Gola. In effetti Manente è un juventino blasonato…

E ha corrisposto con altrettanta devozione ed amore alla stima e benevolenza con cui la Juve l’ha accolto nella sua famiglia. Ha provato le intime gioie degli anni felici e trionfali della squadra bianconera, ha sofferto e soffre le amarezze delle disilludenti e sconcertanti prove degli ultimi tempi.

– Ma sono convinto che il finale di questo tanto amaro campionato ci riservi ancora qualcosa di interessante, vorrei proprio che noi riuscissimo a lasciare i nostri dirigenti ed un pubblico veramente grande che ci ama e ci segue dovunque con una buona impressione di noi. Ci attendono partite con la Lazio, l’Inter, il Milan e l’ultima contro il Napoli che potrebbero dire una parola nuova ed importante nei riguardi di questa annata da noi vissuta sotto il segno degli infortuni e della sfortuna più accanita.- Ci confidava Manente con la sua elegante e sobria semplicità.

– Crede che l’attuale situazione della Juve significhi che la squadra ha bisogno di qualcosa di nuovo, che il suo complesso è invecchiato in qualche settore?– gli abbiamo chiesto.

– Ritengo che noi formiamo un insieme di uomini che hanno raggiunto, nella loro maggioranza, la piena maturità: ciò significa, a mio giudizio, che si dovrebbe trovarci all’optimum del rendimento; creda, questo anno è andata così, perché troppe sventure ci hanno colpito, e ad un certo punto il morale va a terra quando non si può constatare che un’avversità s’aggancia all’altra per abbatterci! Lei ci ha seguito moltissimo anche nelle nostre trasferte ed ha potuto constatare come a Milano, Napoli, Bologna ecc. i nostri inizi brillanti siano stati frustrati sovente da tutta una serie di imponderabili sfavorevoli e demolitori del fisico e del morale di noi giocatori, e non riusciamo più a prendere fiducia in noi stessi.

– Quanto a lei in particolare ritiene di avere qualcosa da dire in merito alla dibattuta questione della difesa a zona? – abbiamo domandato.

– Noi di solito ci troviamo di fronte squadre che si tengono sulla difensiva; dovendo sempre attaccare non trovo sia giusto ed adatto a noi il giocare uomo contro uomo, potendoci aiutare di più vicendevolmente adottando il controllo a zone che dà più affidamento. Quando incontriamo una squadra che viene all’attacco, anch’io vengo a giocare sull’uomo; ogni partita ha un pò una storia a sé.

Ricorda l’incontro Italia-Inghilterra a Firenze? Io avevo da controllare Finney l’uomo che tutti hanno definito il più insidioso dell’attacco inglese. Ho dovuto studiarlo a lungo, e da principio non sapevo da che parte prenderlo quell’indemoniato; credo poi di averlo capito e di essermi regolato di conseguenza.

– Per lei che è nato metodista, quali considerazioni ha da fare sul sistema imperante?

– Con il sistema si deve correre molto, molto di più; ed è quindi un logorio maggiore che si richiede a noi giocatori. Per questo forse si scompare dalla ribalta calcistica con maggior celerità. Però il gioco attuale più veloce e dinamico può apparire più interessante ed entusiasmante; per noi giocatori c’è una responsabilità diretta oltremodo maggiore rispetto a quella che gravava sull’insieme di prima.

Con lo sviluppo che ha preso in questi ultimi anni il gioco del calcio sono sorte una infinità di squadre, alcune delle quali si dimostrano veramente interessanti: basta infatti seguire i campionati delle serie minori per convincersene. In definitiva ciò comporterà un maggior numero di giocatori di vaglia con i quali costituire le formazioni azzurre di domani.

– Quante volte nazionale, Manente?

– Nel ’48 andai a Londra, ma rimasi ai bordi del campo quale riserva. Egual sorte a Milano per il vittorioso incontro con l’Inghilterra B, in cui Boni e Cappello fecero alcuni splendidi goal. Il mio destino azzurro però era proprio in funzione anti inglese: infatti a Firenze debuttai contro la temuta nazionale britannica.

Fui inoltre a Cagliari contro la Svizzera B nella formazione pressoché…bianconera. I miei ricordi internazionali sono legati anche molto alla interessantissima tournée in Brasile per i Campionati del Mondo.

– Le piace indubbiamente girare e conoscere il mondo!

– Fatto centro, con la domanda. A me piacerebbe però girarlo a bordo di una bella e potente Ferrari supersport: l’automobilismo è indubbiamente la mia passione. Sarei felice di poter fare tandem con Carletto Parola un giorno (chissà, non si può mai dire cosa accadrà un giorno…) e correre le Mille Miglia, un tipo di corsa che mi entusiasma veramente.

LUIGI CASTELLO (Tutto Sport)